Era un giorno come tanti nella cittadina di Enotteh Gizzip, o almeno così sarebbe sembrato a un osservatore distratto. Le case di pietra consumata dal tempo stavano immobili sotto un cielo grigio e pesante, mentre un vento inquieto attraversava le vie strette.
Dentro l’abitazione della famiglia Agreb, però, la normalità era già stata spezzata: passi pesanti e frenetici risuonavano sul pavimento, mescolandosi ai gemiti di dolore di una donna e alle istruzioni urgenti di un vecchio dottore dalla lunga barba bianca.
Il capofamiglia, un uomo dal volto scavato e dagli occhi pieni di tensione, si avvicinò al letto dove sua moglie stava lottando tra la vita e la morte.
«Cara, come stai?» chiese con una voce che cercava di essere ferma.
Lei non rispose con parole, solo con versi spezzati di sofferenza, mentre il dottore continuava a lavorare senza sosta.
«Manca ancora poco, signora, resistete» ripeteva, come se la ripetizione potesse tenere insieme quel fragile momento.
Fuori, intanto, la situazione precipitava. Soldati correvano tra le strade, urlando ordini e imprecazioni contro un nemico che sembrava essere ovunque e da nessuna parte. Le difese della città stavano cedendo, e il caos si avvicinava sempre di più a quella casa.
Poi, nel cuore di quel disordine, il bambino nacque.
Era l’anno 2006.
Ma ciò che venne alla luce non era ciò che il mondo si aspettava.
Per un istante nessuno parlò. Il tempo stesso sembrò fermarsi mentre il dottore sollevava il neonato e lo osservava, incapace di trovare una spiegazione.
Le sue sembianze erano… 🐷 sbagliate, innaturali, come se qualcosa di antico e distorto si fosse infiltrato nel processo stesso della nascita. La madre, ancora sconvolta dal dolore, sollevò lo sguardo e quando vide il figlio, il suo volto si deformò in un’espressione di puro terrore.
«Mio figlio… mio figlio è un mostro!» gridò disperata.
Il capofamiglia non disse nulla. Rimase immobile per un lungo secondo, poi lentamente portò la mano dietro la schiena ed estrasse un coltello. Non c’era odio nei suoi occhi, ma una decisione fredda, assoluta. Stava per colpire quando la porta venne sfondata con violenza.
Tre soldati nemici irruppero nella stanza, armati e coperti di sangue.
«Ma come…? I nostri soldati sono già periti?» mormorò il dottore, incapace di comprendere come il fronte fosse crollato così rapidamente.
Il capofamiglia reagì d’istinto. Spinse via il dottore e si mise tra i soldati e la sua famiglia, impugnando il coltello con una determinazione disperata. I tre uomini estrassero le spade 🗡 quasi all’unisono, e lo scontro iniziò senza esitazione.
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Le lame si incrociarono, facendo schizzare scintille nell’aria, mentre l’uomo combatteva con tutta la forza che gli rimaneva. Riuscì a schivare il primo attacco, a deviare il secondo, ma il terzo soldato trovò un varco e colpì con precisione alla spalla.
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Sembrava finita.
E invece accadde qualcosa che nessuno avrebbe mai potuto prevedere.
Il neonato iniziò a brillare.
Non era una luce normale, né qualcosa di spiegabile con la ragione: era intensa, viva, quasi accecante. L’energia si accumulò nel suo piccolo corpo, tremando come se stesse per esplodere, e poi, con un suono improvviso e quasi grottesco.
Simile a un rutto, quella luce venne rilasciata in un unico, devastante raggio che attraversò la stanza e colpì i soldati.
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Non rimase nulla di loro, solo silenzio.
Il bambino, subito dopo, si rilassò e si addormentò, come se quell’atto sovrumano lo avesse completamente svuotato.
Nella stanza nessuno riusciva a parlare. Quella creatura appena nata, quel “mostro”, aveva fatto ciò che nessun uomo armato era riuscito a fare. Non con una lama 🗡, non con una freccia ⁀➴, ma con qualcosa che ai loro occhi poteva essere solo magia. ✨
Il capofamiglia, però, non cambiò idea. Quella cosa non poteva vivere. Tentò di nuovo di ucciderlo, ma il coltello non riuscì nemmeno a ferirlo.
Fu allora che presero la loro decisione finale.
Il bambino venne messo in un cesto e abbandonato nella foresta.
Per otto lunghi anni, il continente di Enotteh Gizzip fu teatro di una guerra invisibile. Nessuno vedeva il nemico, eppure i villaggi continuavano a cadere, i fiumi si prosciugavano senza spiegazione e le persone impazzivano durante il sonno, perseguitate da incubi che sembravano più reali della realtà stessa.
Eppure, in mezzo a tutto questo, esisteva un eroe.
Non aveva un esercito, né un nome, né qualcuno che lo riconoscesse. Combatteva da solo, ogni notte, in un luogo che non apparteneva al mondo fisico, ma a qualcosa di più profondo e oscuro: la sua stessa anima.
Quel bambino cresciuto nella foresta non sapeva nulla delle sue origini. Credeva di essere stato semplicemente abbandonato, nato da un cesto e dimenticato dal mondo.
Evitava la civiltà, perché ogni volta che qualcuno lo vedeva, la reazione era sempre la stessa: paura, urla, fuga.
Eppure, lui non voleva fare del male a nessuno.
Era solo un ragazzo.
Un ragazzo con tutta la vita davanti.
Finché un giorno, mentre meditava in silenzio, una voce gli parlò.
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13 ∞€6 ₤∞ 83₤€56€√+Non c’era nessuno intorno a lui, eppure quella voce era chiara, diretta, impossibile da ignorare. Gli disse che era il prescelto.
La curiosità lo spinse, alla fine, ad avvicinarsi agli esseri umani. Seguì uno di loro, un cacciatore, sperando di trovare risposte, o forse semplicemente qualcuno come lui. Ma la reazione fu quella che temeva.
«Aiuto! Un demone mi insegue!» urlò l’uomo, attirando l’attenzione di altri.
In pochi istanti, il bambino si trovò circondato da uomini armati, sporchi, affamati, con gli occhi pieni di odio. Si coprì il volto, spaventato, sperando che quel gesto bastasse a fermarli.
Non bastò.
Scappò, veloce come una scheggia, ma invece di tornare nella foresta si inoltrò sempre più nel villaggio, finché non andò a sbattere contro qualcuno.
Una donna sulla trentina lo guardò. Ma ai suoi occhi non vide un mostro.
Si mise davanti a lui, proteggendolo dalle guardie.
«Questo è solo un bambino. Non vorrete mica ucciderlo perché ha una faccia diversa dalla vostra?» disse con fermezza.
Quella frase cambiò tutto. Per la prima volta, qualcuno lo difese.
Quella donna lo accolse, gli diede una casa e, soprattutto, un nome.
Federico.
E con il tempo, un soprannome.
Fedex.
Da lì iniziò una nuova vita. Imparò a parlare, a vivere tra gli altri, persino ad andare a scuola. Non fu facile: molti lo disprezzavano, altri lo temevano, ma alcuni lo trovarono… interessante. Quei pochi amici divennero il suo mondo.
E insieme, trasformarono la foresta in qualcosa di più. Un regno. 🌲🏰🌲
Fedex, a soli otto anni, divenne un sovrano. Non importava che la terra non fosse sua o che i suoi soldati fossero bambini: nella sua mente, e in quella dei suoi amici, quel regno era reale. Lo difendevano, lo costruivano, lo e s p a n d e v a n o.
Col tempo nacquero altre fazioni. I pacifisti del parchetto, che cercavano di evitare conflitti, e la fazione dell’albero solitario, piccola ma ambiziosa, assetata di potere. Ma nessuna poteva competere con la forza e l’organizzazione della fazione di Fedex.
Le alleanze si formarono e si spezzarono. I tradimenti iniziarono. Quando il suo castello venne distrutto a causa di informazioni trapelate, la reazione di Fedex fu immediata e spietata. Dichiarò guerra.
La sua strategia fu semplice ma devastante: mandò prima i soldati peggiori, logorando il nemico, e solo dopo lanciò l’attacco dei migliori. La fazione dell’albero solitario non era pronta a quella furia.
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Fedex ne uscì trionfante.
E quando tentarono di vendicarsi mesi dopo, trovarono un regno ancora più forte. ⚜️ Grazie alle spie, Fedex anticipò ogni mossa. Quando i nemici arrivarono, furono circondati e annientati.
Da quel giorno, nessuno osò più sfidarlo.
Ma la vera guerra… non era ancora iniziata.
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