Capitolo 03 (Primo gioco)

Non riesco ancora a spiegarmi questo posto, prima abbiamo visto quello che sembrerebbe l’inferno: significa che siamo morti?

Presumo quindi che siamo in una specie di limbo. Dobbiamo redimerci per non andare all’inferno, però non ha detto che ci sia un paradiso.

Quello spirito è la morte? Sono troppo confuso per pensare correttamente.

“Se vuoi puoi chiamarmi Kami.” disse il fantasma attraversando il muro che mi circondava.

“Gli altri dove sono finiti?” chiesi un po’ nervoso, quasi infastidito. Con uno schiocco di dita di Kami, uno schermo apparve davanti a me. Era un vecchio televisore a tubo catodico, i pixel quadrati e sfocati come granelli di sabbia. Sullo schermo c’erano i ragazzi con cui mi trovavo prima, ed erano dentro una stanza, un po’ inquietante ma normale.

La stanza era illuminata da una piccola finestrella di legno marcio, che rivelava una mostruosa quantità di ragnatele penzolanti dal soffitto.

Dalla finestra però non entrava una luce normale, era la stessa luce dell’inferno in cui eravamo prima. C’erano molti mobili antiquati in legno di ciliegio.

“è il momento di dare il via alle danze.” disse Kami schioccando le dita.

Kaito e gli altri di colpo cambiarono aspetto. Quel loro nuovo aspetto mi era familiare.

Il mio cervello era sull’orlo di esplodere, mi strinsi la testa e iniziai a ricordare.

Sora non era un bambino qualunque. La sua tenera mano nella mia durante i pomeriggi al parco. Era mio fratello minore. L’odore dei capelli di Isabella non era un’allucinazione, era la mia ragazza. Gli altri due ragazzi invece erano i miei migliori amici. Non potevo averli dimenticati da un momento all’altro. Che cosa mi prende?

Kami mi aveva manipolato la mente. Ma quei ricordi… erano davvero miei? O erano solo bugie cucite addosso a me come un vestito di carne?

Li conosco davvero quelle persone? Sono davvero i miei amici e familiari?

“Ora sono tutti pronti per il primo gioco.” Kami sembrava fiero del proprio lavoro, come un bambino che mostra i compiti fatti ai genitori.

“C-cosa mi hai fatto?” chiesi deglutendo.

“hihihi, non farci caso. Ora osserva le persone a cui tieni di più in questa casa dell’orrore. L’obiettivo è semplice: scappare, però solo quando Sora si sarà pentito delle sue colpe.” spiegò Kami ridacchiando. Che colpe può avere un bambino?

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Gli altri sapranno cavarsela in questo gioco? Sora sa che si deve pentire?

Dallo schermo anni 90 vidi limpida la loro paura, soprattutto Sora, non piangeva più come prima, sembrava terrorizzato cento volte di più. Ma senza la bocca non poteva certo farlo.

La porta davanti a loro si aprì, ma loro rimasero fermi, anzi, Kaito si mise davanti girandosi verso gli altri.

“Penso che questa sia una escape room, stiamo calmi e vicini l’un l’altro.” Le sue parole erano molto rassicuranti, quanto quelle di una madre che parla col proprio figlio.

Tenere la calma in una situazione del genere era quasi disumano, pensai.

Kami poi mi mostrò la piantina della casa, era enorme e piena di trappole contrassegnate da croci rosse con descrizioni accurate del funzionamento di ognuna di esse.

Appena fuori dalla stanza è posizionata un’enorme ascia pronta ad attivarsi appena qualcuno si muove. I sensori laser sono appena fuori dalla porta, quando qualcuno attraverserà gli stipiti della porta il meccanismo si attiverà facendo a fette chiunque sia in mezzo. Banale ma efficace.

“Non uscite dalla porta!” urlai, ma nessuno mi sentì.

Kami scuotendo l’indice fece segno di no.

“Nessuno ti potrà sentire, come ti ho detto devi solo guardare. Semplice no?” La frase detta con leggerezza mi lasciava senza parole, ero obbligato a vedere i miei cari morire senza poter fare nulla.

“Stiamo attaccati al muro in fila.” ordinò Kaito con calma, come se fosse abituato a queste bizzarre situazioni.

Gli altri lo seguirono senza obbiettare, tranne Isabella che rimase ferma sbuffando.

Incrociò le braccia al petto, lasciando uscire un sospiro carico di disprezzo.

“Perchè dovrei dare ascolto a te?”

Tutti si girarono verso di lei perplessi, come se avesse detto una frase assurda.

“Abbiamo altra scelta secondo te?” disse il ragazzo tatuato.

“Non so nemmeno come ti chiami.” rispose Isabella.

“Scusa tanto, principessina. Mi chiamo Ryu, ok?” Finalmente il ragazzo tatuato aveva parlato, la voce rauca spiegava perché non aveva ancora parlato. Un’infiammazione alla gola era la causa del suo silenzio.

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Kaito che era davanti a tutti in fila si spostò verso il centro della stanza vicino a Isabella.

“Sto cercando di fare del mio meglio per uscire da questa situazione, ti andrebbe di aiutarci?

Siamo tutti spaventati quanto te credimi, le mie mani stanno ancora tremando dalla paura.” le parole di Kaito erano quelle di una persona spaventata ma piena di speranza.

Buttando gli occhi al cielo Isabella si unì alla fila e insieme si mossero stando attaccati alla parete. Il suono freddo del perno metallico che teneva fermo l’ascia risuonò nel corridoio davanti a loro. Come aspettato il meccanismo si attivò e l’ascia falciò l’aria.

Isabella urlò mentre Kaito si aggrappò al muro con tutte le forze, quasi rompendosi le unghie. Ryu rimase immobile senza parole. Per la prima volta vidi della paura nei suoi occhi.

Il povero Sora senza bocca poté solo piangere disperato.

L’ascia dopo aver completamente mancato l’obiettivo, si staccò dai supporti cadendo al suolo facendo un buco nel pavimento in legno.

Tutti si riunirono per vedere il buco e cosa si nascondeva sotto di loro.

Sullo schermo, mentre guardavo attentamente con gli occhi spalancati, vidi dietro di loro con la coda dell’occhio, una sagoma umana correre da una stanza all’altra.

Il cuore mi salì in gola, ma non avendo nessuna maniera di avvisarli rimasi in silenzio.

“Proseguiamo.” Disse Kaito voltandosi verso il corridoio.

Forse anche lui si è accorto che hanno compagnia.

Poi un urlo stridulo e animalesco ruppe il silenzio. Dietro di loro nella stanza un ragno grande quanto un suino si calò dal soffitto, dalle pareti iniziarono a spuntare numerosi ragni più piccoli, c’erano così tanti ragni che alcuni cadevano come pesi morti.

Tutti iniziarono a correre. Sora però rimase immobile, pietrificato dalla paura.

Le sue labbra tremavano in cerca d’aria.

Isabella invece provò a combatterli con una scopa che era nelle vicinanze.

Provò a combattere ma i suoi gesti maldestri crearono solo confusione.

Il ragno arrivò faccia a faccia con Isabella, però si piegò in basso per osservare bene Sora.

I mille occhi rossi analizzarono il corpicino di Sora con attenzione.

Dovevo fare qualcosa.

Urlare. Rompere lo schermo. Strapparmi gli occhi pur di non vedere. Ma Kami aveva ragione: ero solo uno spettatore.

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Poi il mostro allungò una delle sue otto zampette verso il povero bambino indifeso, ma in quel momento un gesto eroico inaspettato da parte di Ryu: Prese un piccolo mobilio e lo lanciò addosso al ragno. La sua forza non era da sottovalutare, poteva essere di vitale importanza, ma anche ferire. Un’arma a doppio taglio.

Poi corse verso Sora e Isabella, li prese in spalla e scappò a più non posso verso la fine del corridoio dove lo aspettava incredulo Kaito.

Il tatuaggio sulla spalla di Ryu sembrava prendere vita, sono sicuro di averlo visto muovere la coda. Sembrava che quel tatuaggio gli stesse per uscire dal braccio.

Ryu passò lo stipite della porta alla fine del corridoio e Kaito chiuse la porta.

Il ragno non fece in tempo e spiaccicò il muso contro la porta.

La botta immensa piegò la porta per poi tornare dritta. Con un po’ di forza in più avrebbe sfondato di sicuro la porta.

Con un *flick* il monitor cambiò inquadratura, mostrando la rampa di scale.

“C-c’è qualcosa che posso fare io?” chiesi con gli occhi spalancati.

Kami si mise a pensare e poi mi disse:

“Già, mi stavo dimenticando, puoi fare qualcosa eccome!”

Il fantasma tirò da dietro la schiena un telecomando con vari pulsanti.

“Questo telecomando controlla le trappole, puoi disattivarle quando vuoi.” spiegò lo spirito ridacchiando. Probabilmente c’è qualcosa che non mi ha detto. Magari non le disattiva ma al contrario le attiva, oppure per disattivarle serve un codice segreto.

“Non mi fido, dimmi cosa fa questo telecomando.” dissi convinto.

“hehehe. Non preoccuparti, ti sto dicendo la verità.”

La prossima trappola è sulle scale, esse diventeranno una rampa scivolosa che farà cadere tutti nello strapiombo.

Kaito nel mentre stava rassicurando gli altri, una volta ristabilita la calma proseguirono.

Appena tutti erano su uno scalino la trappola si attivò.

Tutti caddero per terra scivolando giù. Dopo qualche momento di esitazioni schiacciai il pulsante con indicata la trappola sulle scale.

Le scale tornarono normali ma qualcosa non era al suo posto.

Sentii un odore poco familiare e il suono di un gocciolio.

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Mi girai verso il suono per capire cosa fosse. Vidi che il mio mignolo della mano sinistra era staccato. Nella pozza di sangue sotto di me trovai un pezzo di carne senza vita..

Mi chinai e lo raccolsi. Non riuscii più a mollarlo. Mi venne voglia di vomitare, la testa mi diventò pesante e il senso di nausea mi stava facendo collassare per terra.

Cercai di prendere fiato ma l’aria attorno a me si stava facendo solida.

Il cuore iniziò a battere sempre più forte ma i miei movimenti si facevano più lenti.

Vomitai. il mio rigurgito si unì al sangue formando una cosa sola.

Lo spirito si avvicinò a me, e mi indicò il mio vomito. Poi con uno schiocco di dita il fantasma fece prendere vita allo schifo per terra. Il vomito divenne terra e il sangue si trasformò in piccole persone. Con un altro gesto di Kami l’ecosistema appena creato si velocizzò, apparvero case, edifici e fattorie. Cosa significa tutto questo?

“Le tue sofferenze danno vita. Non è fantastico?” spigò entusiasta lo spirito guardandomi negli occhi.

Mi ha drogato? Non che questa situazione fosse normale già in partenza.

Forse tutto questo è proprio un sogno. Devo svegliarmi al più presto, non resisterò un altro istante in questo mondo immaginario!

“Non stai sognando Issei.” mi disse il fantasma. Era la seconda volta che mi leggeva nel pensiero, ciò non mi piace per niente.

Non ho sentito niente, e continuo a non sentire. Il dolore non è arrivato al mio cervello, il mio dito si è semplicemente staccato.

Il mio corpo però tremava. Freddo? Paura? Shock.

“La prossima volta però non sarà così facile, ti dovrai staccare un dito tutto da solo. Capito?” mi disse lo spirito in maniera giocosa. Probabilmente lui si sta divertendo a vedermi soffrire.

“S-stai scherzando vero?!” dissi incredulo. Stavo per uscirne pazzo ma Kami mi prese per mano e cambiò il suo aspetto con quello di Isabella.

“Non preoccuparti, ci sono io con te.” la voce tenera, il suo aspetto affascinante, persino il suo profumo. Una lacrima scesa come per scappare dai miei occhi.

Dopo avermi preso la mano mi massaggiò il punto in cui mi mancava il dito.

Come per magia il dito iniziò a ricrescere. Mi aveva curato solo per vedermi soffrire in continuazione?

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Questa scena mi pareva di averla già vista in uno dei miei manga horror che avevo nella mia stanza; che in questo momento mi mancava da morire. Era tutto così reale, ma sotto quel vestito viola era Kami, non la mia fidanzata! Un’altra lacrima mi rigò il viso.

Spinsi indietro il corpo trasformato dello spirito, quasi disgustato. Non lo guardai più in faccia, rimasi con gli occhi rivolti al pavimento.

poi dal monitor sentii un urlo familiare.

“Che succede?!” Gridò la vera Isabella.

Mi voltai verso lo schermo e vidi tutti sani e salvi sulle scale scricchiolanti.

Kaito si teneva la testa, che probabilmente aveva sbattuto quando la trappola si è attivata.

“Adesso che ci penso non manca qualcuno?” chiese Kaito massaggiandosi la fronte.

Finalmente si erano accorti della mia mancanza.

“Manca Issei! Dove sarà finito? Non ricordo di averlo visto dopo che siamo stati trasportati qua.” continuò pacatamente, come se non fossi di importanza.

Si fissarono a vicenda, come se stessero parlando col pensiero.

“Stai dicendo che è tutta colpa sua?” proseguì Isabella, incredula ma anche arrabbiata..

Lei pensa che sia stato io a buttarli in quella casa piena di trappole. Il cuore mi si spezzò. Come può dire certe cose con tanta calma. Sono il suo ragazzo…

Il ragionamento non era sbagliato ma speravo che mi sostenesse. Invece è il tipo di persona che alla prima occasione mi getta via.

Staranno tutti pensando che sono un traditore, e non posso farci niente.

Nella stanza c’era il silenzio assoluto, era udibile solo il suono che emetteva il televisore a tubo catodico, un suono bianco e continuo. Quel suono rendeva la stanza ancora più silenziosa. Senza quel suono statico la stanza sarebbe diventata rumorosa, le voci nella testa si sarebbero potute sentire e ciò mi spaventava.

Il silenzio poi si interruppe, Kaito tornò a parlare,

“Isabella non è detto, è possibile che lo spirito abbia deciso che Issei non meriti una seconda opportunità. Potrebbe essere già morto.”  Le sue parole sempre piene di speranza erano sparite nel nulla. Mi rendeva felice il fatto che non mi abbia etichettato come cattivo della situazione, però rimanevo il cattivo che deve andare all’inferno.

La situazione non era migliorata. Ovunque la si guardava io ero quello cattivo.

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“Io dico di proseguire. Non voglio rimanere un attimo in più qua dentro.” Ryu parlò ma la sua voce uscì come un rantolo grattato, come se ogni parola gli costasse uno strappo alla gola.

Ryu non gli importava proprio niente di me. Voleva solo andarsene da questo posto.

In tutto questo il piccolo Sora rimase fermo aggrappato ai pali del corrimano.

Sembrava privo di vita, e forse lo era. Anche gli si accorsero di Sora, lo osservarono e Kaito si abbassò pure per toccarlo, come qualcuno che con un bastone tocca un animale morto per assicurarsi della morte.

In fine Kaito si rivolse verso gli altri e fece cenno che ormai Sora li aveva abbandonati.

Morire per aver battuto la testa. Una morte miserabile. Ingiusta.

Senza fiato in corpo mi avvicinai al monitor per vedere meglio il corpicino senza vita di Sora.

Dopo aver fermato la trappola perdendo un dito, ho comunque fallito la mia missione. Non sono riuscito a salvarli tutti. I miei sforzi furono vani.

Come se nulla fosse gli altri scesero le scale abbandonando il cadavere di Sora dove era.

Scese le scale chiesi di cambiare inquadratura a Kami ma lui si rifiutò, ero costretto a vedere il mio fratellino morto per l’eternità.

“Osserva attentamente.” disse lo spirito con dolcezza, quasi per confortarmi.

Osservai per qualche minuto, il corpo di Sora rimase fermo immobile.

Poi però vidi un dito muoversi. Un respiro profondo gli uscì dal naso.

Mio fratello era ancora vivo. Si stiracchiò e con calma si rimise in piedi.

“Hai visto, non è ancora morto.” Kami sorrise come un serial killer che si diverte a squartare le proprie vittime. Cosa intende con Non ancora.

Poi l’inquadratura cambiò, gli altri si erano allontanati parecchio ormai.

Si trovavano in un corridoio molto lungo e senza luce. Potevano andare avanti solo affidandosi al tatto.

Controllai la piantina della casa. Quel corridoio era pieno zeppo di trappole.

Con gli occhi spalancati fissai Kami se stava svolazzando sopra di me con le mani dietro la testa, come se stesse per dormire.

Poi si rivolse a me facendo una capriola in aria.

“C’è qualche problema Issei? Se hai domande chiedi pure.” mi chiese.

Ma io rimasi in silenzio.

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Non avevo nessuna domanda da porgli, ero solo spaventato dal fatto di dovermi fare del male per salvare i miei amici.

La prossima trappola era una botola con attivazione a distanza. Ciò vuol dire che Kami aveva il controllo su quella trappola. Afferrai il telecomando e cercai il pulsante che indicava quella trappola. Appena lo trovai mi guardai attorno, come se qualcuno mi stesse guardando mentre faccio qualcosa di illegale.

Usai tutte le mie forze ma non riuscii a premere il pulsante. I miei amici si avvicinarono sempre di più. Non sapevo cosa fare.

La cosa giusta era ovviamente premere il pulsante ma dopo ciò che ho visto non sono sicuro di quello che voglio fare.

Arrivarono tutti perfettamente sopra la botola, che era larga come il corridoio e lunga abbastanza da far cadere una squadra di calcio messa in fila.

Kami schioccò le dita e la botola si aprì, in quel momento però decisi di premere il pulsante.

La botola si chiuse immediatamente, erano tutti salvi eppure Isabella urlò di dolore.

Era ferma aggrappata al muro, usando tutta la forza per tenersi spiaccicata.

Le continue urla di Isabella peggiorarono, sembrava voler sfondare il muro di mattoni.

Il suo piede era rimasto schiacciato tra il muro e il pavimento. Era quasi del tutto tranciato, però una piccola parte era ancora attaccata, dove nel pavimento c’era una piccola deformazione. Le urla di dolore incessanti mi si moltiplicarono nella testa.

Perchè ho esitato? Dovevo farlo, sono miei amici. Però ho esitato.

Chiunque parla alle spalle, non è una cosa nuova. Eppure non lo accettavo, questo mio capriccio portò a un dolore atroce alla persona che amo.

In un momento già pessimo anche un’altra trappola si attivò; la roccia rotolante, un classico.

Dalla rampa di scale di prima si aprì un portone dove uscì la roccia che rimbalzò sugli scalini, distruggendoli nel mentre.

Il masso rotolante si diresse verso i miei amici. Ryu era pronto a salvare di nuovo la situazione ma Isabella per quanto posso sembrava una dolce ragazza, prese di forza la gamba e spezzò di netto l’ultimo pezzo di piede che era rimasto attaccato.

Cadde a terra urlando a squarcia gola. Kaito e Ryu la presero in spalla e camminarono lentamente verso una porta lì vicino.

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Il masso stava per prenderli in pieno, ma con un salto calcolato, si buttarono dentro la stanza salvandosi la pelle.

“Che cavolo è successo?! Una trappola mal funzionante?!” Gridò arrabbiata Isabella.

Loro non sanno in che situazione sono. Spero che le loro opinioni su di me siano cambiate in meglio. Io non sono il cattivo!

Poi mi resi conto che avevo disattivato una trappola eppure non avevo subito di ferite.

Kami nel mentre fece apparire un armadietto di metallo.

Rovistando in un cassetto tirò fuori un martello enorme che lo fece sbilanciare.

Quella era la mia punizione?!

Mi tremarono i denti, mi gettai all’indietro contro il muro di mattoni per scappare il più lontano possibile dallo spirito. Esso appena riprese l’equilibrio si voltò verso di me sorridendo.

“Issei, non dimenticarti della punizione.” disse con un ghigno.

Sentivo lo stomaco contorcersi e la gola stringersi.

Non ero pronto alla punizione, né ora né mai.

La candela al centro ormai si era spenta da tempo e oltre alla luce del monitor la stanza era completamente buia.

In questa oscurità si vedevano gli occhi di Kami che mi fissavano mentre il martello in metallo rifletteva la luce del televisore.

Cercai di stargli il più distante possibile, però anche se Kami non si muoveva io mi stavo avvicinando a lui. La stanza stava cambiando forma; si stava restringendo.

La stanza continuò a rimpicciolirsi fino a lasciar spazio solo a me e lui oltre che al televisore.

Kami si lanciò su di me con una velocità impressionante. Mi prese la mano e la schiacciò al terreno, poi con un sorriso che gli toccava gli occhi prese la rincorsa e poi si udì un suono di rottura di ossa, un suono viscido di carne spiattellata e il cemento sotto che si crepò.

Non si era preso solo un dito come prima, ma l’intera mano.

Il dolore questa volta era presente e disumano. Qualcosa di orribile, indicibile. Urlai così forte che persi le corde vocali. Non uscì più un lamento dalla mia bocca ma solo striduli *iih*.

Il dolore non era solo all’impatto ma anche dopo; il dolore era persistente.

Kami sembrava felice e prima di lasciarmi il polso decise di tirarmi altre due mazzate.

Non avevo più una mano, ma un ammasso di carne sanguinante.

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Come prima vomitai e non smisi più. Mi sentivo così debole, stanco.

Lo spiriti finalmente mi ridiede il braccio, ma rimasi immobile.

Non riuscivo a muovermi, ero distrutto fisicamente e psicologicamente.

Il dolore continuava a pervadermi, sembrava di essere preso a bastonate con una mazza chiodata da almeno tre persone in contemporanea.

In tutto questo smisi di respirare, stavo per svenire per la mancanza di ossigeno.

Dopo qualche istante ripresi a respirare affannosamente. Il martellare del mio cuore mi faceva male, volevo smettere di vivere. Tossii per poi vomitare ancora. Ero completamente distrutto, pronto da buttare nei rifiuti organici.

Prima mi disse che avrei dovuto staccarmi da solo un dito e invece ha deciso di spaccarmi la mano contro la mia volontà.

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