Capitolo 01 (Un normale giorno)

Era una classica giornata, il sole mi si appoggiò delicato sulle guance. La sveglia era suonata da parecchio, ma la spensi senza rendermene conto. Poi sentii dei passi veloci avvicinarsi a me. Un’ombra posò le mani sul mio letto e mi fissò in faccia.

Mio fratello minore provò a svegliarmi.

“Svegliati, siamo in ritardo!” mi urlò trapanando le mie povere orecchie.

Mi trascinai fuori dalle coperte, con movimenti lenti e pesanti.

Arrivato in cucina mia madre mi salutò con un sorriso che riscalda l’anima nel profondo.

Un sorriso sincero e pieno d’amore.

La colazione era già preparata sul tavolo, pronta ad essere divorata da me.

Una volta fuori casa rimasi ad aspettare, ad un certo punto arrivò la mia ragazza.

Sono proprio un ragazzo fortunato!

Lei era sempre vestita bene, i capelli biondi e ondulati la abbracciavano da dietro.

Il tenero faccino mi dava gioia, e ogni sorriso che mi porgeva era una freccia al cuore.

Mi emoziono sempre quando mi guarda, anche se ormai siamo una coppia da sei mesi.

Io e lei camminammo verso scuola sfiorandoci le mani per poi arrossire.

Poi ci salutammo e entrammo ognuno nella propria classe; anche se avevamo la stessa età eravamo in classi diverse.

Appena arrivato in classe non vedevo l’ora della pausa pranzo.

La mia mente tra le nuvole non fece caso ai miei amici che mi stavano salutando.

In quel momento ripresi controllo della situazione salutando a mia volta i miei cari amici che ormai conoscevo da anni.

Uno era alto, magro e intelligente. L’altro mio amico invece era poco più basso e con dei muscoli da enormi. Quando alle medie qualcuno si avvicinava minacciosamente a me, lui mi soccorreva sempre. Mentre quando non riuscivo a fare i miei compiti, potevo sempre contare sullo spilungone. La mia vita è proprio perfetta!

“Ehi Issei come va?” mi chiesero in sincrono.

“Tutto bene.” Ero ancora sulle nuvole a pensare alla mia ragazza.

“Vedo che non riesci a smettere di pensare a lei huh?” con un ghigno mi rimproverò.

Il professore entrò in classe, il chiasso terminò e ognuno si sistemò al proprio banco.

Durante la lezione il mio compagno di banco fece cadere la penna per terra.

-1-

Lui era sempre sporco di qualche strana salsa in faccia. Era bullizzato però una parte di me non era dispiaciuta, forse non sono una brava persona come penso.

Osservai con attenzione il ragazzo sovrappeso chinarsi per prendere la penna da terra.

La voce del professore di filosofia giungeva ovattata, come se fossi sott’acqua.

Parlava del concetto di colpa collettiva, di come il silenzio possa essere un crimine tanto quanto l’azione. Guardai fuori dalla finestra: il cielo era d’un azzurro accecante, troppo luminoso per essere vero.

Finita lezione mi diressi verso la mensa, intanto alle mie spalle sentivo pettegolezzi sul ragazzo bullizzato. Un po’ mi dispiaceva ma finchè lui non vuole cambiare il suo modo di vivere, non posso farci assolutamente nulla.

Arrivato in mensa vidi subito la mia fidanzata ad un tavolo distante da tutti, pronto per chi vuole un po’ di privacy. Senza che me ne accorgessi però i miei amici mi avevano seguito.

“Dove te ne vai così di fretta?” mi chiesero con dei sorrisi inquietanti.

“V-volevo sedermi laggiù.” risposi quasi sotto tortura.

“Come mai tanto lontano? Ah ho capito, divertiti.”  hanno capito il mio vero intento ma lo hanno accettato senza troppi problemi. Andai a sedermi mentre loro si allontanavano.

“C-ciao. Sono riuscito a scrollarmi gli amici di dosso. haha.” Dissi tutto su di giri, con una risatina patetica.

“Mi fa piacere.” mi disse dolcemente con uno dei suoi soliti sorrisi mozzafiato.

Non appena mi sedetti mi ritrovai di nuovo con le spalle al muro; erano tornati con i vassoi pieni di cibo.

“Pensavamo di farvi compagnia, vi vedo tutti soli.” Disse il palestrato.

Magari perché era quello l’intento, urlai nella mia testa.

Fuori dalla mia mente uscì solo uno sguardo rabbioso.

“Quindi tu sei la sua ragazza giusto?” Chiese quattrocchi.

“haha, Sì sono proprio io. Hai bisogno?” rispose delicatamente.

“Trattamelo bene.” Concluse il discorso andandosene portando con sé lo spilungone.

Con le mie grandi abilità da estroverso che non sono, feci tutta la pausa pranzo ad ammirare la mia ragazza anziché parlarci assieme.

Sembrava una scena di quelle che si vedono nei film romantici.

-2-

Mi resi conto di come la sua pelle era perfettamente liscia, neanche un brufolo adolescenziale. Le labbra che sembravano gomma, gli occhi definiti, come i vetri delle telecamere di sicurezza. L’abbigliamento sempre alla moda, la sua compostezza, l’educazione. Era in tutto e per tutto la ragazza ideale.

Io al contrario, non avevo difetti, ma non ero nemmeno il più bello. Ero un normale ragazzo.

Finito di pranzare salutai la mia ragazza e mi diressi verso i miei amici, però mentre camminavo il ragazzo bullizzato di prima inciampò cadendo su di me e sporcandomi la felpa di salsa. Il mio amico palestrato che aveva qualche problema col controllo della rabbia, si fiondò verso di me. Con un calcio levò di torno il ragazzo e poi lo prese a pugni.

Rimasi immobile, incapace di fare qualsiasi cosa.

Una volta finite le lezioni tornai a casa, però non la mia fidanzata.

Lei doveva rimanere a scuola per il club, quindi tornai a casa da solo.

L’aria era calda e pesante, il cielo anche se di pomeriggio tardo era ancora blu e gli alberi avevano perso i loro fiori; l’estate era alle porte.

Appena arrivai a casa trovai i miei genitori discutere con mio fratello. Probabilmente aveva combinato un pasticcio a scuola come al suo solito.

Non volevo saperne niente quindi mi precipitai in camera a rilassarmi.

Mi sdraiai sul letto a leggere il mio manga preferito, mi misi le cuffiette con musica a palla e la giornata poteva finire con calma.

Finito il casino di sotto mia madre entrò in stanza, senza bussare.

Forse lo aveva fatto ma non l’avrò sentita.

“Issei puoi andare a comprare il pane per cortesia.” mi chiese con un po’ di fiatone. Aveva urlato per un bel po’ quindi era stanca per quello. Quindi senza obbiettare mi vestii e andai a prendere il pane indicato su un foglietto di carta.

Per fortuna la panetteria era ancora aperta e vicino a casa. Una volta arrivato vidi che era tutto vuoto, niente pane. Alzai lo sguardo per vedere un uomo barbuto sulla trentina appollaiato sul bancone. Avrà passato una giornataccia, pensai.

Mi rivolsi a lui chiedendo il pane che volevo, e lui mi guardò perplesso.

“Non vedi che non c’è più di pane?” mi disse l’uomo barbuto.

“Però sei fortunato. Mi stavo preparando del pane per me.” proseguì.

-3-

“Non è ciò che volevi però almeno è qualcosa.” concluse senza che io potessi dire niente.

L’uomo prese il pane e lo mise dentro una borsina di carta.

Era appena sfornato e profumava di buon pane fatto con amore. Anche se distrutto, quell’uomo amava il suo lavoro.

Tornai a casa tutto contento con del pane caldo con me.

Appena arrivato vidi le luci accese ma il silenzio era padrone.

Entrai in casa e salutai ma non ricevetti alcuna risposta.

Mi spostai in cucina e lì vidi mio fratello minore con un coltello insanguinato in mano.

Che cosa sta succedendo?!

La stanza era silenziosa e mezza disordinata. C’era stata una battaglia di qualche genere.

“Fratello tutto bene?! Cosa ci fai con quello in mano?!” chiesi preoccupato.

Poi uno strano odore mi pervase il naso, mi sembrava come se un animale morto fosse in decomposizione. Mi ricordo di averne visto non molto tempo fa.

Mi voltai verso lo strano odore, lì vidi una pozza di sangue di colore rosso scuro.

“S-sangue?!” dissi ad alta voce spaventato.

Aveva ucciso un qualche animale in casa? Quella quantità di sangue però era tanta. Non può essere un animale di piccola taglia, ma non penso che mio fratello sia riuscito ad uccidere un animale di grandi dimensioni.

Non sapevo che il sangue fosse tanto scuro, pensai.

Mi voltai verso mio fratello, e lo ritrovai a fissarmi con un ghigno inquietante e poi capii subito cos’era successo. Non c’era nessun animale al di là della mia vista!

Urlai disperato, ma scivolai e persi l’equilibrio, di conseguenza cadendo a terra.

Quando aprii gli occhi vidi i cadaveri dei miei genitori fatti a pezzi. Il cuore iniziò a battere sempre più forte e poi persi i sensi dallo sconvolto.

Era tutto buio, sentivo la risata di mio fratello, sentivo il calore della mano della mia fidanzata nella mia. Sentivo l’odore di sudore del mio amico appena uscito dalla palestra. E ricordavo perfettamente l’ultimo fine settimana passato a studiare in compagnia di quattrocchi.

Poi però qualcosa di sbagliato successe.

Come si chiamavano? Non ricordo più i loro nomi…

I miei genitori… Li ricordo vagamente. Chi altro conoscevo?

-4-

Ormai avevo dimenticato tutto, rimasi solo io nella mia testa. Tutta la mia vita mi passò davanti agli occhi, ma ero sempre solo. Con me non c’era nessuno.

Iniziai a piangere, quindi questo buio era un posto reale? Non è solo la mia immaginazione?

-5-

Torna in alto