Issei, con i vestiti logori e sporchi di carbone, guardava inginocchiato dal basso verso l’alto il re Kazuma. Il re rimase in silenzio per un momento, calibrando le parole.
<Dovrai badare a mio figlio.>
Issei non capiva se quelle parole fossero vere o se avessero un secondo significato. Però il re era serio.
<Devo fare da guardia per il principe?>
Domandò Issei. La sua voce tremava, non era sicuro di ciò che stesse dicendo. Lo stato di re faceva paura a Issei: una parola di troppo lo avrebbe fatto tornare ai lavori forzati.
<Come babysitter!>
Disse Kazuma avvicinandosi. Issei continuava a fissare il pavimento. Stava sudando freddo, non capiva il comportamento del re. La tensione era palpabile.
<Sono sicuro che amerai mio figlio Josuke.>
Dall’altra parte della stanza, una porta si aprì violentemente. Da essa uscì un soldato preoccupato, come se stesse cercando qualcosa.
<Vostra maestà.>
Il re sospirò, consapevole di ciò che il soldato stava per riferirgli.
<Il principe… è scappato. Di nuovo.>
Il re si portò una mano al volto, bisbigliò qualcosa tra sé e sé, poi guardò in faccia Issei sorridendo.
<Il tuo compito parte adesso; devi ritrovare Josuke.>
Issei alzò lo sguardo. Il re lo guardava come se lo stesse esaminando. Uno sguardo curioso, come quello di un bambino che trova un oggetto che non aveva mai visto.
Issei rimase immobile, non gli sembrava reale. Non aveva mai fatto la guardia del corpo, infatti non doveva farlo. Bensì doveva fare qualcosa di ancora più assurdo: il babysitter del principe.
La sua vita era fatta di guerre, sangue e dolore. Non capiva che cosa dovesse fare. Il re alzò un sopracciglio.
<Su sbrigati, o non lo troverai mai.>
Issei scattò in piedi, i suoi occhi rimasero attaccati a quelli del re. Poi annuì e corse verso l’uscita del castello.
Issei poteva benissimo darsela a gambe, ma il re era sicuro che non l’avrebbe fatto.
Josuke… Josuke… dove potrebbe essere andato?
Issei corse a destra e a manca, sapeva di non poter deludere il re. Doveva trovare a tutti i costi il principe.
Egli perlustrò l’intero giardino del castello. Le domestiche guardavano bisbigliando a vicenda cattiverie contro il cavaliere. I giardinieri si girarono tutti quanti al passaggio del cavaliere. Issei aveva ancora i vestiti da prigioniero, ovviamente veniva guardato male.
Provò a uscire dalle mura del castello, il regno che aveva davanti era colossale. Mandò giù la saliva, pregò e corse alla ricerca del principe.
Le numerose case lo guardavano ridendo, gli abitanti chiusero le porte al suo passaggio, altri villici che stavano conversando smisero di parlare osservando disgustati Issei. Lui era ancora un criminale agli occhi della gente.
La città iniziò a calmarsi, ormai era sera. Issei aveva cercato il principe per intere ore prima di tornare al castello a mani vuote. Egli camminò col capo chinato fino all’entrata del castello, in quel momento notò un servo che andava dietro al castello.
Il castello ha un giardino sul retro! Però è tutta boscaglia, non può essere andato fino lì. Non importa, ogni posto va controllato per filo e per segno.
Issei svoltò verso la boscaglia. Non era spaventato dall’oscuro ammasso di alberi come quando era un bambino, però egli non se lo ricorda.
Distratto da delle erbe che si erano attaccate ai pantaloni, Issei non si accorse del torrente davanti a sé.
Egli cadde di faccia, grattandosi sulla dura terra piena di pietruzze levigate dalla corrente dell’acqua. Issei emise grida di dolore per poi tirarsi su.
I suoi vestiti zuppi gocciolarono mentre egli si riposava sull’altro lato della sponda.
<Guarda te come mi sono ridotto. Sono proprio caduto in basso…>
In quel momento l’erba dietro di lui si mosse, c’era qualcosa nel bosco.
<Principe? Sei tu?>
Due luminosi occhi rossi fissavano Issei. Egli provò ad avvicinarsi per controllare chi fosse. Poi, a un tratto, un lupo lo assaltò. Issei era senza armatura e il lupo gli morse il braccio. Da esso uscì una cascata di sangue, Issei urlò di dolore.
<Stupida bestia mollami!>
La bestia strattonò il braccio di Issei, stava cercando di staccargli l’arto. Poi, da dietro all’albero, spuntò un bambino con una spada di legno in mano. Egli tremava di paura, però lentamente si avvicinò.
<Bambino non venire qua, è pericoloso. Chiama aiuto.>
Il bambino però non lo ascoltò, si mise in posa e con un affondo colpì il lupo. Il lupo non mollò la presa, guardò male il bambino e, con un ringhio, proclamò che egli sarebbe stato la sua prossima vittima.
<Bambino dammi quella spada!>
Issei prese la spada e la conficcò nell’occhio della bestia. Essa emise un acuto guaito di sofferenza e si allontanò.
<Mi sembra di aver già vissuto una scena del genere.>
Il bambino rimase a bocca aperta a vedere la scena. Poi però si tappò la bocca, gli occhi si spalancarono, si girò e poi… Bleah!
Il bambino, vedendo il sangue sul braccio dell’uomo e l’occhio distrutto della bestia, non ebbe la forza di trattenersi e vomitò.
<Ehi, per caso tu sei il principe Josuke?>
Issei chiese al bambino che stava ancora vomitando.
Quando finì, si voltò verso l’uomo che gli aveva fatto la domanda.
<No, sono solo un normale ragazzo che si trovava da queste parti.>
Issei sospirò.
<Non sei molto intelligente, eh? A quest’ora le famiglie nobili sono tutte tornate a casa loro. I cancelli del castello sono chiusi ai normali abitanti, ed è vietato andare nel bosco.>
Issei sgridò per bene il principe che, anziché pentirsi del suo errore, decise di ridere.
<Ahahah, e tu cosa vuoi? Sei tutto bagnato e sporco. Non è la veste da prigioniero quella? Sei scappato alle guardie? >
Era visibile sul viso di Issei il suo nervosismo.
<Adesso ti riporto nel castello principe Josuke!>
<No per favore, non mi toccare! GUARDIE!!!>
Issei rise.
<Sei scappato lontano da tutti, nessuno ti può sentire. Hohoho, ti potrei fare di tutto, potrei ucciderti e farlo sembrare un incidente e nessuno sospetterebbe niente.>
Il bambino iniziò a respirare affannosamente, era terrorizzato dalle parole di Issei. Il cavaliere però stava solo scherzando, era semplicemente arrabbiato per la situazione in cui era finito.
<Noo! Aiuto! Non mi toccare!>
Issei sorrise, i suoi denti ricordavano quelli del lupo di prima. Egli prese di peso il principe e tornò al castello. Josuke continuò a scalciare per tutto il viaggio, lamentandosi e chiedendo di essere lasciato andare, Issei però lo ignorò. La sua faccia era quella di un uomo vissuto, che portava a casa il proprio figlio capriccioso.
Il cavaliere arrivò al castello ancora bagnato. Una serva con un panno in mano seguì Issei, asciugando le gocce d’acqua sotto di lui.
Issei si inginocchiò, tenendo ancora in spalla il bambino, e si rivolse al re.
<Vostra maestà, vi ho riportato vostro figlio Josuke.>
Il re si grattò il pizzetto.
<Ottimo lavoro. Ora puoi andare a cambiarti. Asia accompagna il nostro valoroso Issei nella stanza disignata apposta per lui.>
La serva che stava asciugando il bagnato si alzò in piedi e chinò il capo. Issei mollò il principe Josuke e seguì la serva. Il principe si stiracchiò e guardò il cavaliere allontanarsi.
<Che modi.>
Il re, senza farsi sentire, si avvicinò al principe.
<Josuke, perchè sei scappato di nuovo? Non sarai mica andato in città vero?>
<No padre, sono andato dietro al castello.>
<Dietro al castello?! Lo sai che è vietato andare lì. Girano certe creature pericolose.>
La chiacchierata tra padre e figlio continuò fino alla stanza del principe. Josuke chiuse la porta in faccia al re e andò a lavarsi. Il re si rigirò i pollici.
Avrò sbagliato qualcosa nel crescerlo?
Il principe, chiuso nella stanza, rivelò le sue vere intenzioni.
<Volevo vedere il lupo.>
<Il lupo?! Non tornare mai più nel bosco, manderò una squadra per eliminarlo.>
<No padre, a me piace il lupo, anche se il prigioniero di prima lo ha quasi ucciso.>
<Quindi vi ha attaccati?!>
<Sì, però il prigioniero lo ha scacciato via. E poi ha tentato di buttarmi nel fiume.>
…
<È decisamente lui.>
