Capitolo 05 (Montagne Lunari)

Appena misi piede sulla roccia, caddi. Mi sentivo incollato a terra. Rialzarmi fu difficile, rimasi a gattoni e mi accorsi che il cielo era cambiato completamente. Era notte fonda.

      -Cosa sta succedendo al mio corpo?!

      -Dovrebbe essere ora di pranzo, eppure il cielo è buio…

L’androide mi si avvicinò, sorridendo mentre guardava il cielo. La paura del mare delle anime gli era passata.

Faticando ad alzarmi in piedi, decisi di rimanere seduto e l’androide mi copiò. Tirai fuori dallo zaino due delle tante pagnotte offerte dall’uomo lucertola, ne misi una in bocca e l’altra la diedi all’androide. Lui aprì lo sportello sullo stomaco, vidi che la pagnotta del giorno prima era completamente marcita. Rimasi a bocca aperta e feci cadere il mio pezzo di pane.

      -Dannazione!

Lo ripresi subito in mano, lo strofinai e continuai a mangiare.

Finito di mangiare provai ad alzarmi, ma la gravità del posto mi tratteneva per terra. L’androide quindi si avvicinò a me e mi prese in braccio. Fu molto imbarazzante, però funzionò.

Ogni suo passo era lento e pesante, i suoi componenti meccanici risuonavano. Rimasi ipnotizzato a fissarlo, poi incrociammo gli occhi, allora distolsi lo sguardo immediatamente.

Passarono minuti inesorabili nel silenzio. Arrivammo in una radura di erba, in quel posto la gravità sembrava essere diminuita, ma non ancora tornata del tutto normale.

      -Mi sento più leggero, voglio provare a camminare.

L’androide mi lasciò delicatamente e riuscii a stare in piedi da solo. Mi stiracchiai e anche l’androide si stiracchiò.

Tra l’erba vidi qualche fiore, allora decisi di estirparne uno per darlo al mio amico. Lui stava controllando l’erba meticolosamente. Poi si voltò verso di me sorridendo. Presi il fiore e lo misi tra i suoi capelli rosa. Lui fece un espressione buffa poi anche lui prese qualcosa dall’erba e lo mise tra i miei capelli.

      -Ma questo è solo un filo d’erba!

Inclinai la testa confuso, a sua volta l’androide inclinò la testa. Poi tossii e lui riprodusse lo stesso gesto, senza dire una parola però.

      -Mi stai copiando?

Vedendo il mio sguardo serio l’androide rimase sorpreso, gesticolò per farmi capire che non lo faceva apposta. Allora risi e poco dopo continuammo a camminare.

Ci dirigemmo verso il bordo della radura. Mi girai verso l’androide.

      -Potresti…

      -Beh insomma…

      -Hai capito!

L’androide però si grattò la testa confuso. Allora oltrepassai il bordo e caddi violentemente al suolo. Sentivo il mio corpo ancora più pesante di prima. Lui corse subito in mio soccorso e anche lui cadde come un sasso. Strisciammo lentamente dentro la radura.

      -Sembra che lì la gravità sia ancora più forte.

Cercammo altre vie e finalmente riuscimmo a trovare un punto in cui la gravità era sì più alta ma l’androide riusciva a camminare. Con un po’ di imbarazzo mi prese nuovamente in braccio e continuammo a camminare sempre dritto.

Arrivammo su una collina sabbiosa e decidemmo di riposarci un po’. Notai come le stelle brillavano molto più intensamente rispetto a quando ero nel mio villaggio.

Mio nonno mi aveva parlato dell’esistenza di costellazioni; bastava disegnare nella mente una riga che collegava le stelle per trovarne una.

      -Guarda quella costellazione sembra a forma di pagnotta.

      -Quella invece sembra una faccia buffa.

L’androide scosse la testa e iniziò a disegnare sul terreno. Con il dito tracciò dei punti sul terreno, poi li collegò tra loro. La costellazione creata da lui aveva una strana forma.

      -Un’aquilone?

L’androide fece cenno di no. Poi a fianco disegnò un orso e lo indicò.

      -Un orso?

L’androide scosse la testa, quasi infastidito. Poi con cura disegnò una gonna e delle ciglia lunghe all’orso.

      -Hahaha, ma che disegni?

      -Un Orso femmina?

      -Un’orsa?

Annuì però mi fece segno di aspettare. Disegnò accanto un orso più grande.

      -Famiglia di orsi?

Incrociò le braccia, lo sguardo serio. Mi faceva quasi paura. Poi cerchiò l’orso femmina e lo indicò mentre mi guardava dritto negli occhi.

      -Orsa piccola?

      -Orsa minore?

L’androide annuì ed esultò applaudendo. A differenza mia lui conosceva le costellazioni. E ora anche io conoscevo una costellazione: L’orsa minore.

Dopo aver ripreso il viaggio dei granelli di sabbia mi caddero in faccia. Poi d’un tratto una tempesta di sabbia si scagliò contro di noi. Fortunatamente trovammo riparo dentro una caverna e riposammo anche se non eravamo molto stanchi.

      -Questa sabbia non è grigia come la roccia tutto attorno.

L’androide controllò la sabbia che si era attaccata al suo corpo e esultò. Forse eravamo vicini alla prossima tappa.

In quel momento tornò a disegnare. Il mare, le montagne, e una zona piana con la casa.

      -Quindi dopo queste montagne c’è casa tua.

Lui annuì e poi continuò a disegnare sul terreno. Aveva disegnato due persone, ne indicò una e poi indicò me. Disegnò se stesso e poi un cuore tra di noi. Lo abbracciai, anche lui pensava a me come un suo amico.

La tempesta durò diverse ore. Alla fine schiacciai un pisolino, non sapevo che ore erano e la notte eterna di quel posto mi portò a dormire.

Quando mi svegliai ero con la testa sulle gambe dell’androide. Anche lui stava dormendo. Senza svegliarlo mi alzai e andai a controllare fuori dalla grotta strisciando come un verme per colpa della gravità. Fuori la tempesta era finita.

Dopo aver dormito, avevo completamente perso la cognizione del tempo.

Dietro di me rumori metallici mi si avvicinarono. L’androide si era svegliato e come se fossi un animale domestico mi prese in braccio.

      -Potresti chiedere prima di prendermi in braccio!

L’androide sembrava stare ridendo, invece io misi il broncio.

L’androide continuò a camminare con me a penzoloni, il mio sguardo verso il cielo ricadeva sul suo volto. Riuscivo a vedergli gli occhi, seri, freddi e fissi verso l’orizzonte. I suoi occhi erano sempre coperti dalla sua frangia, e quando glieli vedevo il mio cuore batteva più forte. Era un’emozione che non avevo mai provato prima, e mi piaceva.

Poi la terra rocciosa iniziò a mischiarsi con della sabbia normale. Poco a poco ci stavamo avvicinando a casa sua. Ad un certo punto l’androide inciampò, facendomi cadere col culo sulla dura roccia.

      -Ahia! Che combini.

L’androide però non mi sentì, stava fissando qualcosa alle mie spalle. Quando mi girai nella sua direzione capii tutto. Eravamo arrivati in un deserto, sempre più vicini alla sua casa.

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