Le onde del mare facevano ondeggiare la barca a destra e a sinistra. Il ripetersi del movimento mi stava scombussolando lo stomaco.
Dopo una mezz’ora il mio corpo si abituò al movimento ondeggiante, l’androide invece non riusciva a stare in piedi.
Mi stavo annoiando allora chiesi all’androide perché non potesse parlare. Lui aprì la sua gola per mostrarmi due cavi penzolanti. Gli mancava qualcosa.
Non potendo parlare, la noia si fece sempre più intensa, l’androide stava guardando l’orizzonte, come ipnotizzato. Presi una conchiglia che era sulla barca e la lanciai più forte che potevo.
-Giochiamo a chi tira conchiglie più lontano?
L’androide fece qualche gesto di esultazione con le braccia, poi prese una conchiglia e la lanciò così forte che sparì all’orizzonte. Questa sfida non aveva motivo di esistere allora mi arresi subito.
-Hai vinto tu… Proviamo a migliorare il tuo equilibrio. Fai come faccio io.
Mi posizionai al centro del peschereccio e ondeggiai le mie gambe per stare in piedi. L’androide provò disperatamente di stare in piedi ma continuò a cadere. Io risi inconsciamente e lui si offese, si sdraiò per terra e rimase a fissare il cielo.
Le ore passavano inesorabili, ma finalmente all’orizzonte qualcosa di diverso era apparso davanti ai nostri occhi. Qualcosa di viola e sinistro ci attendeva.
-Siamo arrivati nel mare delle anime, da qua dovrete cavarvela da soli. La barca non può andare più avanti di così. In più ci tengo alla mia sanità mentale. Addio.
Il mare di anime ci stava aspettando, era di colore viola. L’acqua era molto bassa, si vedeva chiaramente il fondo sabbioso. E l’odore del mare lasciò spazio ad un tanfo terribile.
Provai a scendere dalla barca per addentrarmi nel mare di anime, ma l’androide mi tirò i vestiti. Era ancora seduto, voltato verso di me che ero in piedi. Riuscivo a vedergli gli occhietti tra i capelli rosa. Era terrorizzato.
-Siamo arrivati fin qui e adesso non vuoi più andarci?
Riuscii a convincerlo a scendere dalla barca tenendolo per mano, e una volta davanti al mare, si mise dietro di me in cerca di riparo. Allora io iniziai a camminare verso il mare di anime. Stavo per mettere un piede dentro, ma lui mi fermò nuovamente.
Si mise davanti a me ed entrò per primo, io rimasi a vedere curioso. Lui iniziò a barcollare, poi si mise composto come un soldato, allungò una mano come per afferrare qualcosa e poi corse indietro inciampando e cadendo nell’acqua. Si voltò e con gesti delle mani cercava di proteggersi da qualcosa che io però non vedevo.
Corsi da lui e quando entrai nel mare di anime iniziai ad avere allucinazioni: vidi i miei genitori, con sguardi fulminanti.
Come potevano essere qui loro?
-Allora io me ne vado. Addio ragazzini.
Il marinaio fece ripartire il peschereccio. Io e l’androide ora eravamo da soli in un mare di problemi.
Mi avvicinai all’androide e cercai di scuoterlo per farlo tornare in sé. Quando si riprese rimase dietro di me attaccato come una sanguisuga e tremante come una foglia.
Camminai sempre dritto vedendo i miei genitori sgridarmi per qualsiasi assurdità.
A un certo punto l’androide mi lasciò. Pensai che si era tranquillizzato ma quando mi voltai lo vidi con le mani al collo.
-Che stai facendo?! Non vorrai mica…
Si stava tirando la testa verso l’alto, e con la forza che aveva poteva tranquillamente…
Provai di tutto ma non riuscivo a staccare la sua presa. Non potevo perderlo, soprattutto dopo averlo già salvato una volta.
-Smettila! Torna in te!
Che cosa ha visto che lo sta portando al…
In ogni caso dovevo fare qualcosa. Presi la rincorsa e mi lanciai contro di lui con tutte le forze. La botta lo fece cadere, l’acqua schizzò in tutte le direzioni. I suoi capelli smossi rivelarono il suo sguardo terrorizzato e in lacrime.
L’androide stava tremando e continuava a fissare un punto alle mie spalle, come se qualcuno fosse lì.
Usò il dito per scrivere nella sabbia, ma l’acqua cancellava ogni traccia. L’androide però non smise di disegnare, continuò a disegnare sempre più veloce e vigoroso, finché non capii. Era il volto di una persona.
-Voi androidi siete stati creati da qualcuno vero? Non siete nati da una mamma giusto?
Annuì.
-Quindi lui è il tuo creatore?
Tirò fuori dall’acqua il dito consumato e annuì nuovamente.
-Ed è lui che stai cercando?
Annuì un’ultima volta.
Ciò che stava cercando non era una casa vera e propria, ma una famiglia.
Proseguimmo il viaggio mano nella mano, i nostri passi affondavano nella sabbia umida, mentre il silenzio intorno a noi sembrava respirare. Il mare delle anime in realtà era più che altro un fiume, dopo pochi metri riuscivo già a vedere l’altra sponda.
Le voci si facevano sempre più intense, non erano più quelle dei miei genitori, ma una voce unica, dentro la mia testa, che rideva e bisbigliava menzogne. Inconsciamente mi ritrovai con le nocche doloranti e piene di sangue. Ero davanti all’androide che mi stava abbracciando. Il suo corpo era pieno di graffi.
-Che cosa…
-Cosa sto facendo?!
Mi guardai le mie mani, poi il viso dell’androide. Avevo perso il senno, però lui era accanto a me. Piansi d’istinto. Non avrei mai pensato di fare del male a qualcuno, quantomeno ad un amico.
-Scusami! Per favore, perdonami!
L’androide sorrise e mi accarezzò la testa. Quel gesto mi ricordò i tempi ormai perduti di quando ero bambino. Quando ancora avevo una vera famiglia.
Mi feci forza e finimmo di oltrepassare il mare di anime.
Il terreno sabbioso cedette il posto a una pietra grigiastra, striata di crepe e illuminata da una luce fredda, come se fosse viva. Alle nostre spalle il Mare delle anime continuava a sussurrare.
