Capitolo 01 (Ho lasciato la mia città natale per inseguire un androide)

Una luce rossa ad intermittenza mi guardava da lontano, faceva paura, eppure ero curioso di sapere di cosa si trattasse. Un vecchio però mi fermò.

      -Non pensare di andare al bordo dell’anomalia!

In un battito di ciglia sparì. Quella cosa che se ne stava tra le foglie di una foresta intoccabile era sparita.

Alcune persone chiamano questo posto “un pezzo del mondo”, ma io non ho idea di cosa sia un “mondo”. Il luogo in cui vivo è molto grande eppure dicono che questo posto è minuscolo comparato al “mondo”.

Cosa ci sia oltre a questo luogo pieno di palazzi caduti, malattie e morte, lo si può solo osservare.

      -Al di là del bordo c’è solo sofferenza, te lo dico, stacci alla larga.

Si dice che le persone che corrono verso le anomalie muoiano in maniere orribili. Ovviamente sono tutti detti per farci stare alla larga, però un po’ di paura la ho.

Una sera vidi nuovamente quella luce, era luminosa e affascinante. Ero spaventato, solo e pieno di domande. La curiosità mosse il mio corpo. Con andatura insicura mi diressi verso la luce intermittente.

Mi trovavo davanti ad una ragazza. Sembrava una persona comune, ma emanava qualcosa di innaturale. Aveva capelli rosa che le arrivavano alle spalle e le coprivano gli occhi, aveva la pelle bianca come la luna, sulla faccia si poteva solo vedere la sua boccuccia seria e muta. Ad ogni giunzione—gomiti, ginocchia, spalle—aveva delle sfere nere e non indossava vestiti, ma non era nuda nel senso umano: il suo corpo sembrava privo di parti intime.

Provai ad avvicinarmi di più, ma lei scappò via.

Controllai alle mie spalle se qualcuno mi stesse guardando. Non c’era nessuno. Presi coraggio e attraversai il bordo dell’anomalia con facilità.

      -Non sono poi così speciali queste anomalie.

Rimasi un lungo secondo a controllare attorno per poi partire alla ricerca dell’androide. Anche se era sbagliato, qualcosa mi diceva di farlo.

Mentre camminavo mi sentii molto leggero, allora provai a saltare e mi ritrovai a cadere verso l’alto. In preda al panico afferrai tutto ciò che mi circondava, riuscii ad afferrare una liana e mi salvai. Potevo librarmi da un punto all’altro senza sforzo: non ero più forte, ma la gravità di quel luogo obbediva a leggi proprie.

Adesso che mi viene in mente, mio nonno mi disse dell’esistenza di androidi, esseri che non hanno bisogno di vestiti perché sono delle macchine, forse lei era una di quelle cose. Un’altro fatto a favore è il fatto che lei non è affetta dalla mancanza di gravità come me, il suo pesante corpo metallico la ancorava a terra. Una volta avvistata usai un albero come appoggio e mi fiondai verso di lei.

      -Aspetta!

L’atterraggio non fu dei migliori, ma non avendo esperienze nel volare non potevo farci niente.

      -Non avere paura, non ti faccio niente di male. Voglio solo sape—

Il dolore al ginocchio per il mio atterraggio di emergenza mi bloccò dal finire la frase.

Indietreggiò, passo dopo passo, finché la schiena non urtò contro il tronco di un albero. Poi però si accorse che mi ero fatto male, allora da un braccio estrasse una garza e si avvicinò a me per legarmi il ginocchio. La ringraziai e lei si spaventò, perse l’equilibrio e cadde per terra. Porsi la mia mano per aiutarla, lei non era del tutto sicura ma poi decise di porgermi la sua mano. Non fu facile tirarla su ma ci riuscii.

Le chiesi nuovamente chi fosse e cosa facesse qui. Lei si guardò attorno, poi prese timidamente un bastone e iniziò a disegnare sul terreno. Stava scrivendo in una lingua che non conoscevo.

      -Non riesco a capire cosa stai scrivendo scusa.

L’androide anche se dotata di una bocca non parlava, forse non poteva parlare oppure era molto timida. Poi iniziò a disegnare una casa e una persona accanto.

      -Stai cercando di tornare a casa?

L’androide annuì. Disegnò una freccia verso un’altra figura… poi la cancellò con un gesto brusco, come se volesse dimenticarla. Mi grattai la testa confuso. Cosa voleva dire con l’ultimo disegno?

      -Si sta facendo tardi.

Fortunatamente, i miei genitori non si curano di me. Però ho molta fame.

In quel momento la pancia mi brontolò.

L’androide inclinò la testa poi si toccò l’addome. Una piccola apertura si spalancò. Io feci un passo indietro preoccupato. Lei tirò fuori una pagnotta. Me la porse e io la presi ringraziandola. Il pane però non aveva molto sapore ma mi riempì il pancino.

Ci incamminammo allontanandoci sempre di più dal mio villaggio. Rimasi dietro di lei e la osservai attentamente. Ogni suo movimento era seguito da un suono metallico, la luce del sole che tramontava rifletteva su di lei e la sua camminata era molto goffa, ma in qualche modo tenera.

All’improvviso sbucò da un cespuglio una strana creatura felina. Assomigliava ad un gatto ma era enorme e di colore blu.

L’androide tirò fuori dal braccio una lama affilata e senza perdere tempo si fiondò contro la creatura. Con un pugno ben assestato destabilizzò il felino e poi col coltello gli tagliò la gola. Il grande gatto fece qualche passo indietro per poi cadere inerte.

Per quanto fosse carina e timida, non era di certo delicata. Mi spaventai leggermente. Il suo sorriso, troppo perfetto e immobile, non riusciva a nascondere l’orrore di ciò che aveva appena fatto. Decisi di ricambiai il sorriso e continuai a camminare come se nulla fosse successo.

Arrivata la notte continuai a seguire la luce intermittente e i suoni metallici dell’androide, ma il mio corpo stava cedendo, senza accorgermene mi ero addormentato.

Al mio risveglio mi trovai su un albero e quando provai a scendere dall’albero, l’androide non c’era più da nessuna parte.

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